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martedì 27 giu 2017 aggiornato alle 15:23 del 27 giu 2017

Gerardo D’Arminio: il carabiniere ucciso dalla camorra che non dobbiamo dimenticare

D'arminio

Era il giorno prima della Befana: 5 gennaio 1976. I negozi erano ancora affollati, all’epoca i regali li portava la vegliarda sulla scopa, non Babbo Natale. E così era anche per la famiglia D’Arminio, quando il Maresciallo dei carabinieri Gerardo prese per mano il figlio di quattro anni, Carmine, per condurlo in un negozio di giocattoli. Erano da poco passate le nove di sera e piazza Gianturco ad Afragola, pieno centro della cittadina, era ancora in frenetica attività. Arriva una Fiat Cinquecento Gialla, a bordo ci sono tre esponenti del clan Moccia: Luigi, Antonio e Vincenzo. Un fucile a canne mozze esce dal finestrino, vengono sparati alcuni colpi che raggiungono il Maresciallo D’Arminio al collo e a una spalla. Il sangue schizza via, la gente corre via urlando, il piccolo Carmine non capisce subito cosa è appena successo. Pochi secondi per distruggere la vita di un’intera famiglia e per dare un segnale di totale prepotenza: qui comandiamo noi dei Moccia, nemmeno i carabinieri possono ficcare il naso dove non devono.

LA TESTIMONIANZAL’OMICIDIO D’ARMINIO NEI GIORNALI D’EPOCA

LE INDAGINI – I ’70 sono anni floridi per il contrabbando di sigarette e il traffico di droga. La mafia in Sicilia e la camorra in Campania vivono soprattutto di questo, un business che frutta miliardi di lire al mese. Gerardo D’Arminio arriva ad Afragola da Montecorvino Rovella, paesino in provincia di Salerno. Aveva comandato la stazione dei carabinieri di Afragola, poi fu trasferito a Napoli, alla caserma Pastrengo, ma rimanendo ad abitare in provincia perché nel capoluogo le case erano troppo care. La storia è raccontata anche nel libro di Raffaele Sardo “Al di là della notte”, dove scopriamo un D’Arminio ligio al dovere, preciso, scrupoloso, destinato a una grande carriera nelle file dell’Arma. Una carriera stroncata lì, nei pressi di un negozio di giocattoli in piazza Gianturco ad Afragola, dove oggi giace una lapide cui si butta un’occhiata rapida e quasi indifferente, chiedendosi chi mai sia questo Maresciallo D’Arminio.

L’OMICIDIO – Era colui che dirigeva il nucleo antidroga; colui che scoprì il canale attraverso cui si importava eroina dal Perù, passando per Francoforte e Milano; colui che mise le manette ad Antonio Ammaturo, boss di quella cosca camorrista che aveva fatto del traffico di stupefacenti un affare inarrestabile e internazionale. Dava troppo fastidio, e allora fu deciso che doveva togliersi di mezzo, lasciare chi di dovere a fare i propri affari senza troppi pensieri. Dell’omicidio di autoaccusò il più piccolo dei Moccia presenti in macchina quella sera, Vincenzo detto “Angioletto”, all’epoca dei fatti diciassettenne. Dapprima testimoniò che si era trattato di uno sbaglio, la vittima designata non era D’Arminio bensì un certo Luigi Giugliano: il Maresciallo era stato colpito per errore. Versione che non convinse gli inquirenti, i quali non tardarono a scoprire i veri motivi dell’agguato. La minore età, in presenza di un omicidio e di una falsa testimonianza, non evitò il carcere ad “Angioletto”: diciassette anni poi ridotti a undici per buona condotta. Uscito di galera fu ucciso da un commando armato nell’ambito di una faida di camorra.

IL RICORDO – «Ricordare questa vicenda, oggi, ha quindi un duplice valore – dichiarano da Presidio Libera di Casoria e Afragola – serve sia per ricordare  l’importanza del gesto del maresciallo D’Arminio, assolutamente sconosciuto alla stragrande maggioranza delle nuove generazioni (proprio perché nella nostra città “smemorata”, non c’è mai stata una vera cultura dell’antimafia), sia per invocare  una dimensione sociale e collettiva dove certi valori democratici  riescano  a decostruire quella sottocultura da guapperia. Cambiare la mentalità è il primo passo per cambiare le cose».

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