“Logiche di produzione e distribuzione che non mi rispecchiano più”. Questo il cinema che Ettore Scola ha deciso di abbandonare. Il regista di Trevico, provincia di Avellino, lascia la macchina la presa. Lascia quel mondo che di allegro e scanzonato non ha più nulla. Col cinema si fanno quattrini, ci si paga lo yacht e la villa con vista golfo, il parco auto e le cene nei locali “à la page” (esistono anche francesismi rivoltanti, devo ammetterlo). Ragionamento semplicistico? Può darsi. Qualcosa ancora si salva, tra i circuiti indipendenti e quegli esordienti che per esordire devono ormai arrivare alla soglia dei cinquant’anni. Ma un regista come Scola non poteva rimanere estraneo alla risucchiante logica dello star system italico. Tempi da rispettare, scadenze da non rimandare, pressione a mille, fiato sul collo sempre più pesante. È a questo che Scola ha detto basta. Decisione da cui traspare la dignità di un regista che non voleva sentirsi “come quelle vecchie signore che si mettono tacchi a spillo e rossetto per stare con i giovani”. Una vecchia signora che, invero, ci saremmo tenuti ben volentieri ancora per molto; che avrebbe ancora tanto da dire; che nel 1974 usò la commedia per spiegarci, con la leggerezza più amara di cui un regista italiano sia mai stato capace, la cinica disillusione di chi ha assistito imbelle al crollo dei proprio ideali. Parola oggi intrisa di perfida banalità.
Il ’74 è l’anno di “C’eravamo tanto amati”. Dalle battaglie partigiane a un ristorante romano, dove troviamo Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Stefano Satta Flores discutere del fallimento di un’intera generazione, che ancora oggi non smette di abbattersi sulla nostra.
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Commenti
e la generazione di oggi fa
Il cinema italiano è proprio
FILM EPICO!!!