Le Rubriche di Campaniasuweb

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Campania Trotter

Questi fantasmi… di Vairano Patenora

È un santo giovedì Pasquale, sole alto in cielo, caldo e polline. Giornata ottima per una escursione da perfetti Campania Trotter. Partiamo alla scoperta di Vairano Patenora, del suo borgo medievale, del castello abbandonato e dei fantasmi che lo popolano. Siamo in provincia di Caserta, nel cuore della valle del Volturno, il Matese domina il nostro orizzonte. Verde ovunque, facilmente raggiungibile grazie alla presenza della vicina uscita autostradale di Caianello, sulla A1.

Strade sempre meno trafficate e cartellonistica stradale “da ricercare” ci avvertono che stiam lasciando alle nostre spalle i principali centri abitati dei dintorni (Teano, Caianello, Roccamonfina) per giungere alla agognata Vairano Patenora. Seguiamo con lo sguardo il castello, che dall’alto ci indica la via, più o meno (molto meno) asfaltata. Arriviamo a Vairano Scalo, la parte bassa e più recente del piccolo paesino (che conta circa seimila abitanti, e dubitiamo fortemente che siano tutti presenti in loco!). Eccoci finalmente al cospetto del maestoso rudere e del sottostante borgo. Dopo aver chiesto alla tipica vecchina (uno stereotipo immancabile per una vera avventura che si rispetti) quale fosse la strada migliore per arrivare al borgo, capiamo che l’unica davvero percorribile è in auto, con una comoda via panoramica che risale il monte e ci porta all’ingresso del borgo.

Vairano Patenora

Percorriamo a piedi i primi “vasoli”, la tipica pietra vulcanica utilizzata per la pavimentazione del manto stradale. Tutt’intorno a noi cartelli della pro loco ci invitano a “salvare il castello”, e non è difficile comprendere come l’abbandono abbia caratterizzato la maggior parte della storia recente del borgo, ora oggetto di rivalutazione storica ed economica. Eppure, se si entra nelle pieghe della Storia, quella con la S maiuscola, è facile intuire come il castello sia stato un luogo fondamentale per tanti eventi che abbiamo letto e studiato e che riguardano da molto vicino la storia più nostra, quella della Campania.

Vairano Patenora

Principi, Re, Papi, in tanti hanno provato a conquistare, hanno comandato o semplicemente soggiornato in quello che oggi è chiamato Castello d’Avalos: dallo “stupor Mundi” Federico II di Svevia a Papa Gregorio X. Per arrivare a chi, ancora da morto, popolerebbe quel che resta dei cunicoli, delle stanze, dei saloni del castello: Carlo II d’Angiò, detto “lo zoppo”. E ci diverte immaginare che, forse, proprio la zoppia fu causa del suo restare intrappolato tra queste quattro mura. Perché? Provate, come noi, a raggiungere l’interno del castello. Provate a non scivolare sui terrapieni sdrucciolevoli, evitate buche e sterpaglie: solo così riuscirete a raggiungere l’interno del castello. O quel che resta, dato che, crollata la copertura superiore, l’evidenza ci costringe a pensare che sia un vero miracolo che ancora siano in piedi le mura e le torri. Contrafforti ovunque, visibili sostegni agli archi e alle pareti, interventi umani fondamentali per permettere la “resistenza” alle intemperie, al vento, alle frane. Siamo all’interno di una storia in costante erosione.

Dall’ XI secolo, dai normanni, il castello è giunto a noi non in splendide condizioni, ma con storie di re fantasmi e speranze di rivalorizzazione del territorio. Il borgo sottostante, attualmente abitato da sole due famiglie (come ci spiega una solerte avvocatessa, che vive con marito e due figli piccoli e ha scelto il posto per la tranquillità, ci mancherebbe), è un’altra piccola perla del nostro territorio lasciata a se stessa. Nel vero senso della parola: nelle quasi tre ore abbiamo incontrato quattro persone. Il borgo è praticamente abbandonato, è facile passeggiando imbattersi in case aperte e messe a soqquadro, l’assenza di vita è la caratteristica principale della nostra visita.

Vairano Patenora

E’ un giovedì festivo, nonostante ciò le due attività ristoratrici sono chiuse. Le belle chiese del borgo sono altrettanto chiuse, non è possibile visitarle. E resta così impossibile poter parlare all’interno delle mura del 1300 della leggenda di San Bartolomeo, protettore di Vairano Patenora. Il barbuto apostolo apparve ai “saracini”, pronti alla conquista di Vairano, dissuadendoli dal pessimo intento. Trovato l’intero paese in preghiera dinanzi alla statua di Bartolomeo, i saraceni si piegarono al miracolo, riconobbero la grandezza del santo e gli offrirono anche delle collane d’oro in segno di rispetto. Quante piccole grandi leggende popolano la nostra regione, scoprirle arricchisce e incuriosisce, dona nuovi occhi senza la necessità di trovare nuove terre, per dirla alla Proust.

Vairano Patenora

E dopo aver raggiunto queste alte vette letterarie, possiamo dedicarci alla cura dello stomaco: partendo alla ricerca delle tipicità enogastronomiche quali la salsiccia e la “pezza” (un pecorino) di Vairano. Ricerca, lo diciamo subito, assolutamente non fortunata. Tornando in paese ad un orario accettabile per il pranzo (l’una e un quarto) siamo ben tristi nel trovare tutto rigorosamente chiuso, se non il famosissimo ristorante Vairo del Volturno, pentastellato e prossima meta di visita esclusiva. Le altre locande a prezzi modici, consigliate dai pochi abitanti che troviamo a spasso nel paese, sono rigorosamente a serrande abbassate. Niente da fare, dopo aver cercato quasi per un’ora un punto di ristoro siam costretti a rimetterci in auto e percorrere la statale alla ricerca di cibo, anche non tipico (purtroppo). Capitiamo bene, dell’ottima mozzarella locale ci salva dal digiuno pre-pasquale. La fortuna, stimolata dai dolci sapori bufalini, regala un’ultima prelibatezza locale. Al “Gran Caffè Cocco” troviamo le “peschiole”, gustose pesche acerbe sott’aceto, ideali per un aperitivo “glocal” in quel di Vairano Patenora. Acquistate le nostre confezioni, ci incamminiamo verso casa con la certezza di tornare in queste terre nei prossimi mesi: l’idea di non poter mangiare la “sasiccia” di Vairano non l’accettiamo!

Un vero Campania Trotter non si arrende mai dinanzi alle prime sconfitte. Alla prossima.