«Il teatro? Per me è solo Eduardo» – Intervista a Carlo Giuffrè
Ha 83 anni eppure quando parla di teatro o recita Eduardo De Filippo – anche durante l’intervista recita passi teatrali – ha una voce calda e vigorosa come se ne avesse 30. E da sempre è fedele a un solo amore: il teatro. Per lui Carlo Giuffrè ha rinunciato ad un film cult come “Amici miei”, alla tv e a tante altre occasioni. «Perché il teatro mi da la forza per tutto e mi guarisce. A casa mi sento un profugo, sto male, non so dove mettere i piedi, sono sordo, non digerisco, sento la mia età. Vado a teatro e improvvisamente mi sento rivivere», ci spiega l’attore. La seconda passione più grande? Eduardo. Che ricorderà stasera con “Questi fantasmi” al Teatro San Ferdinando. Tra consigli ai giovani, ricordi, passioni e nostalgie, uno dei più grandi attori teatrali dei nostri tempi si racconta…
Stasera porta in scena al Teatro San Ferdinando “Questi fantasmi”, che rimane una delle commedie di Eduardo De Filippo che ha avuto più successo. Come se lo spiega?
Forse perché è una commedia comica e amara allo stesso tempo, come la vita del resto. Anche se è cambiato il senso della risata, ed Eduardo già lo prevedeva. Quando recitava la commedia negli anni ‘50 diceva: «Adesso la gente ride, tra 50 anni non riderà più». E così è stato. Non ci sono più risate inerenti alla storia, al filo narrativo, perché è lontana dalle nuove generazioni, piuttosto si ride per le battute.
«Se si ha una moglie bella è necessario credere nei fantasmi», diceva Eduardo, riferendosi a Pasquale Lo Jacono, il protagonista della commedia che scambia l’amante della moglie per uno spirito. Ci sono momenti nella vita in cui bisogna far finta di niente?
Non so se sarei contento di una situazione del genere. C’è chi non vuol vedere, chi è ossessionato anche se non succede niente e chi, come Pasquale Lo Jacono, è così in ristrettezze economiche che, pur amando tanto la moglie, spera ci sia qualcuno che vada a letto con lei per ritrovarsi l’indomani soldi e regali che possano mantenere entrambi.
In una recente intervista ha detto di non amare cinema e tv, tanto da aver rinunciato al celebre film “Amici miei” di Mario Monicelli. Come mai rifiutò?
Rinunciai perché lessi nel copione la scena della cacca nel vasino (la celebre scena interpretata da Duilio Del Prete in cui l’attore fa la cacca nel vasino di un bambino e poi rimette il vasino sporco sotto di lui, ndr) e non mi piacque quella volgarità. Anche se con i grandi registi, come Monicelli, non è la sceneggiatura che conta, ma come viene fatto il film. A ogni modo il mio amore è sempre stato il teatro. Il cinema non appartiene agli attori ma al regista, al montatore. L’attore trova vita propria solo nel teatro. Quel poco di cinema e tv infatti l’ho fatto solo per salvadanaio.
Aldo e Carlo Giuffrè, un sodalizio artistico durato tanti anni. Quali erano i vostri punti di forza?
Aldo era un attore bravissimo. Ci compensavamo, lui aveva bisogno di me che scrivessi le commedie per lui e io di lui. Meglio non parlare…
I giovani e il teatro.
I giovani dovrebbero andare a teatro a vedere la commedia dell’arte al posto di Shakespeare, che è noiosissimo. Goldoni, Pirandello, Scarpetta, De Filippo sono i maestri che possono farli appassionare al teatro perché sono vicini a noi e loro potrebbero ritrovarsi di più nei personaggi della commedia dell’arte che non in quella straniera.
Recita Eduardo da quando aveva 21 anni, adesso ne ha 83 . Sembra quasi un giuramento di fedeltà. Quando capì che era lui il maestro?
Quando facevo l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, a Roma, andavo in giro per i teatri dove c’erano bravi attori ma quando vidi Eduardo al Teatro Eliseo mi dissi «è così che si deve lavorare». Fui catturato dal suo genio teatrale, dalla sua capacità di rimanere sul palco in pausa anche tre minuti senza parlare ma mostrando tutta la sua forza scenica, con il personaggio che viveva, seppur in silenzio, sul palco. Dopo poco cominciai a lavorare con lui.
C’è chi dice che l’allievo abbia superato il maestro…
Alcuni critici hanno detto che avevo superato Eduardo, è vero, ma non posso paragonarmi a lui perché è lui che mi ha insegnato tutto. Non faceva tanti discorsi ma alcune sue frasi mi sono rimaste impresse e non le ho dimenticate più. Come quando mi disse «leva quelle palette di mezzo!» perché agitavo braccia e gambe o quando mi urlò «che fai? Reciti?»… perché a teatro bisogna vivere, non recitare. Perché il teatro è vita.
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