Filippo Timi, un equilibrista sul tacco 12
INTERVISTA A TIMI: «SONO ECCESSIVO NONOSTANTE TUTTO…»
C’era una volta un Re… Come ogni “Favola” che si rispetti quella scritta, diretta ed interpretata da Filippo Timi e in scena sulle tavole del Teatro Bellini di Napoli, potrebbe iniziare così. L’artista ammicca, sorride, dilata tempi, sorseggia le reazioni di un pubblico coinvolto e partecipe, ne tasta la consistenza con i suoi sguardi da mattatore e talvolta sembra autocompiacersi un po’ troppo della presa che ha ma la sua “favola”. Al termine di due ore e mezza godibilissime, ci lascia dentro una splendida sensazione: il buon teatro d’autore non “c’era solo una volta…”.
IL RE, LA REGINA E IL PRINCIPE – Il Re, ovviamente, è l’autore-attore perugino, demiurgo impeccabile ed istrionico in una pièce in cui veste i panni di Mrs Fairytale,amabile ed al contempo desperate housewife anni ‘50; al suo fianco l’inappuntabile e convincente regina Lucia Mascino, nel ruolo di Mrs. Emerald, migliore amica nevrotica e bisbetica e, infine, degno di plauso, il principesco Luca Pignagnoli, che si divide nei ruoli di tre fratelli gemelli dalle caratteristiche psicologiche e fisiche assai dissimili. Le due amiche si frequentano, si confidano gioie e dolori, nella perfezione di una casa alla moda e di abiti irreprensibili che strizzano l’occhio alla grande tradizione cinematografica con in calce la firma della casa di moda Miu Miu. Protagoniste indiscusse e preponderanti sono le due donne, mogli impeccabili, perfette, tradite, maltrattate dai mariti, dolci metà di coppie realizzate che recitano un copione davanti alla società,a cui non è concesso far trapelare il dolore, la goccia nera, il disagio interiore che le pervade,il desiderio di uscire dalle convenzioni e dalle convinzioni che le tengono soggiogate alla copertina di una rivista.
QUANDO L’AUTENTICO SFREGIA IL REALE – Poi qualcosa di incomprensibile accade, qualcosa si spezza: Mrs Fairytale, incinta, diventa uomo. Un uomo con corpo da donna che si invaghisce della sua migliore amica. Come i sogni più belli, destinati a svanire alle prime luci del mattino, anche “l’american dream” ideato da Timi si rivela, a quel punto, per ciò che è: un gioco di specchi, di facciate sporche, di segreti inconfessabili e rivelazioni scabrose. La favola si fa noir,infila l’ago nelle cuciture di una maglia che via via si restringe tra mariti brutali oppure addirittura equivoci, violenze domestiche subite nel passato che vengono ricalcate a punta doppia nel presente, paure e angoscie che ben vengono rappresentate dall’enorme bambolotto con le sembianze di un bambino che compare nel secondo atto, linee che si intersecano attraverso un gomitolo complesso ed immaginifico che solo la realtà che supera la fantasia può dipanare. La patinata scenografia non inganna più, i vestiti principeschi alla Grace Kelly in ‘La finestra di fronte’ nascondono a stento la realtà. Ecco venir fuori i segreti ruvidi, le armi da fuoco nascoste tra i quadri del salotto, Lady,la cagnetta imbalsamata perchè uccisa a calci dal marito di Fairytale( invisibile ma sempre presente), la sensazione che qualcosa stia davvero cambiando,l’atto comico di dolore che Timi l’equilibrista sul suo tacco12 , recita alla perfezione con tempi dilatati e ammiccanti.
«NESSUNA FAVOLA È MAI PERFETTA COME SEMBRA…» – La “Favola” si rapprende col sapore acre della follia amara, la sobria follia che cova tra le mura di una casa perbene, la follia delle tendine socchiuse per non mostrare ai vicini quanta polvere ci sia sotto i mobili, quanta la cenere sotto il tappeto “buono”. E poi uno sparo, una fuga. Una ricerca di libertà senza ipocrisie, una rincorsa verso un bisogno di vita, una evasione da un sogno- incubo dai colori pastello, troppo teneri e delicati per esser veri in un mondo disumano, una sfida a colpi di “Tesoro, amore, gioia”, un manifesto femminista che grida forte per essere ascoltato, un bisogno sfacciato e irruento di affrontare la realtà facendo il verso alla tipica fragilità femminile e mettendo in mostra, è proprio il caso di dirlo, gli attributi: «Come posso mettere al mondo un figlio senza insegnargli a essere cattivo? Non dico malvagio, ma almeno cattivo quel tanto che basta per pretendere di essere felice».
LA PAROLA CHE CONSOLA – Sullo sfondo della storia non si nasconde, però, la vera protagonista dello spettacolo: la parola. Un linguaggio audace, una miriade di doppi sensi, sfide dialettiche e sintattiche tra personaggi che si amano, si scherniscono, si sollazzano e si svelano attraverso il gioco di frasi ricercate, ripetute, sincopate, spiegate.Una stesura scenica che saltella dal tragico al comico al commovente, che rende affascinante lo spettacolo, tra battute sofisticate a citazioni camp, balletti, video pubblicitari d’antan sottolineati dalla voce fuori campo della indimenticata Franca Valeri. Timi scomoda il mondo degli U.F.O. (o meglio degli UFS come direbbe lui) per rendere grottesco il finale, ma forse anche per suggerire che la soluzione non è di questa Terra ed il gomitolo della vita può dipanarsi solo tra le stelle.
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