A tu per tu con i vignerons – Intervista a Maria Felicia Brini di Masseria Felicia
Intervistiamo Maria Felicia Brini, vigneron di Masseria Felicia, nella provincia di Caserta. È nel 1995 che nasce l’impianto, voluto dal padre, in seguito alla ristrutturazione di un casale di inizi ‘900, quartier generale dell’azienda. Nel 2004 Maria Felicia si trasferisce a Sessa Aurunca, per dedicarsi completamente al lavoro di produttrice.
Da quanti anni sei vigneron?
Provengo da una famiglia di origini contadine, ricordo il mio bisnonno che pretendeva che non gli “rimuovessero” la bottiglia di vino dal tavolo, anche dopo aver tolto la tovaglia nei pranzi della domenica. Mio nonno mi portava sul trattore ad ogni vendemmia e le mie ginocchia rimanevano macchiate di uva pestata per settimane. Poi, nel 1995, l’impianto, deciso con mio padre dopo aver ristrutturato un casale di inizio ‘900. Nel 2004 mi sono trasferita a Sessa Aurunca per seguire da “dentro” l’azienda, anno in cui è nata mia figlia Alice. Proprio qui. Forse “da sempre” è la risposta più adatta.
Se fossi una varietà di uva, quale saresti?
Difficile. Socievole, appassionata, passionale, testarda, permalosa se non seguita: la Falanghina, insomma, quella che ci regala il Falerno del Massico Bianco. Non omologata, stupefacente (parlo del vitigno, ovviamente), estremamente adattabile ai diversi suoli. Ha bisogno di essere amata, seguita da vicino ogni giorno, resistente, nella sua bellezza eterea quando i chicchi baciati dal sole diventano color oro ed è sorprendente, diversa anno dopo anno.
Un tuo vino/un’annata particolare che ti ha dato grande soddisfazione. Perché?
Il nostro primo Falerno, vendemmia 1999, mai messo in commercio, e l’Etichetta Bronzo vendemmia 2008. In entrambi i casi mi è cambiata la vita. La scoperta da vicino del territorio, la possibilità di investire in una “impresa” nata da un sogno di famiglia. e la prima vendemmia “inconsapevole”. Il 2008 è, forse, il momento in cui ho deciso che direzione dare ai nostri vini, con una nuova consapevolezza rispetto alla vinificazione, alle tecniche e alla volontà di compiere delle scelta che prima avevo paura di fare. Inoltre è stato l'anno della consegna “ufficiale”delle chiavi dell'azienda da parte di mio padre, con il quale ancora lavoro.
Un aggettivo per descrivere il tuo lavoro.
Supercalifragilistichespiralidoso. Perché vario ed eccitante in ogni istante, ad ogni passo. Perché difficile e faticoso. Si va in giro con una borsa enorme, dove invece di “tirare fuori”, si “mette dentro”: esperienze, emozioni, parole.
Il vino può essere un elemento di condivisione: il tuo vino che più rappresenta la convivialità?
L’Ariapetrina (Falerno del Massico Rosso) è sicuramente il vino da dividere con gli amici, ha tante di quelle sfaccettature e di quella “sfacciataggine” che credo possa far sorridere palati diversi, ha in sé il senso della convivialità.
E qual è, invece, quello da bere in solitudine?
“In solitudine” io berrei un calice di Etichetta Bronzo (Falerno del Massico Rosso), per la sua profonda umanità (“vivo” quanto un interlocutore immaginario), per il tempo che richiede di maturare nel bicchiere, per la gioia di riscoprirlo diverso ad ogni sorso e non essere mai distratto. E ancora, per il tempo che ognuno di noi si prende a riordinare i pensieri, che questo vino sa accompagnare ad ogni assaggio, ad ogni nuovo intento di avvicinare i nostri sensi al calice.
Associa un tuo vino a una canzone e spiega in breve perché.
Anthologia con Nigthswimming dei R.E.M.. La libertà lenta di movimento, i ricordi che affiorano dalle luci in penombra, il guardare e il ricordare tutto anche dalla prospettiva inversa, è questo che mi ispira questo vino, il Falerno del Massico Bianco “Anthologia”. Una Falanghina, quest'ultima, in purezza, ma così diversa e a se stante grazie al territorio. Al sorso, poi, la trovo fluttuante: “deserves a quiet night”.
Etichetta Bronzo con Via con me di Paolo Conte. “Via con me” insieme ai pensieri, questo è il vino che mi ha portato via da una vita è me ne ha fatto scoprire un’altra. È stata la spinta, il traino per cambiare direzione. È quello che porterei in valigia pensando di dover lasciare tutto, che mi darebbe il tempo di riflettere in una stanza d’albergo, durante il viaggio, nei momenti di riposo.
Se la tua cantina fosse un colore, quale sarebbe?
Rosso pompeiano. E lo è.
Un libro che hai nel cuore.
Cent’anni di solitudine, Madame Bovary, I fiori del male (non posso scegliere tra i tre, mi sentirei in colpa nei confronti dell’uno o dell’altro)
Fair play: il vino di un concorrente che regaleresti ad una persona speciale.
Restando nell’areale del Falerno, il Campantuono 2007 - Falerno del Massico Rosso Primitivo, dell’azienda Gennaro Papa.
Una citazione che porti nel cuore.
“Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” (F.W. Nietzsche).
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