Il non raggiungere i propri obiettivi a volte può anche portar bene. Laura Morante a diventare attrice proprio non ci pensava: “Io volevo fare la ballerina – dice al pubblico del NapoliFilmFestival – All’inizio proprio non avevo intenzione di fare l’attrice. Mi sembrava che tutti volessero fare questo mestiere”.
ATTRICE PER CASO – Eppure le doti recitative non dovevano mancare, se fu Carmelo Bene il primo a indurre la Morante sulla strada della recitazione. “Carmelo era un tiranno, uno che ci teneva a fare bene il suo mestiere. Ma non dovevi mostrarti troppo arrendevole, altrimenti non ti avrebbe mai preso in considerazione”. Dal cinema al teatro il passo è stato breve. Risale al 1981 “La tragedia di un uomo ridicolo”, dove la Morante farà uno degli incontri decisivi per la sua carriera. “Bertolucci era molto comprensivo con me. Quello era il periodo in cui non mi interessava diventare attrice, e lui lo sapeva bene. Tanto che un giorno, sul set, venne vicino a dirmi che sembrava quasi non me ne fregasse nulla. All’epoca era pressoché così”. Evidentemente il disinteresse ha giovato: dopo Bertolucci ecco arrivare i film con Nanni Moretti, Gianni Amelio, Mario Monicelli e l’ingresso nel cinema francese. “Monicelli mi diceva sempre che io dovevo fare l’attrice comica. Era inutile che mi applicassi tanto a fare le parti drammatiche: per lui io ero perfetta per far ridere”. Un impegno, quello nella commedia, che è stato continuo soprattutto negli ultimi anni, con Verdone e Virzì, pur alternati da film di tutt’altro tono come “La stanza del figlio” di Moretti e “Ricordati di me” di Muccino: “Uno che quando gira pare che stia allo stadio. Ci mette così tanta passione che a volte si mette ad urlare dalla gioia”.
ODI ET AMO: IL RAPPORTO CON MORETTI – “Nella mia vita ho avuto a che fare con parecchi tiranni. Non solo Carmelo Bene, anche Nanni Moretti non scherza”. Che Moretti sia un perfezionista sul set non è storia di ieri, tanto che a volte si sfocia nel puro parossismo. “Ricordo una scena in cui dovevo semplicemente aprire una porta. Me la fece rifare cento volte perché diceva che non avevo l’espressione giusta, non capivo assolutamente cosa volesse. Poi ritornati a casa dal set mi chiama e fa: non capisco perché te l’ho fatta rifare. Era buona la prima”. Un carattere con cui non è certo facile andare d’accordo: “Ho passato metà della mia vita ad odiarlo e l’altra metà ad amarlo”. Carattere schivo e riservato, la Morante non manca però di fare un piccolo appunto sulla scelta di proiettare alcune clip di supporto alla discussione in sala. “Alcune di queste clip fotografano scene che non volevo nemmeno girare. Non sono molto soddisfatta di alcune scelte”. Sfortuna degli organizzatori o gusti difficili? Il pubblico comunque gradisce a applaude.
13/06/2009
Enrico Nocera