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Na panza `e risate

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Poesia di pietra: il Museo di Cappella Sansevero

 

 

 

 

 

Il secondo museo più visitato di Napoli festeggia il tricentenario della nascita del VII principe di Sansevero con una serie di eventi imperdibili
Poesia di pietra: il Museo di Cappella Sansevero

 

 

Per riscoprire la controversa figura di Raimondo Di Sangro, basta alzare il velo di leggende intessuto dalla fantasia popolare. Sembrerebbe questo il suggerimento sussurrato dalle magnifiche sculture che animano la Cappella come il Disinganno di Francesco Queirolo e la Pudicizia di Antonio Corradini. Ad accompagnarmi in questo percorso di scoperta è Fabrizio Masucci, amministratore del museo, che incontro proprio accanto al Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, opera che rappresenta la scultura napoletana nel mondo.

Napoli ha la strana abitudine di scegliersi come miti personaggi enigmatici. Il principe Raimondo di Sangro è ricordato sia come illuminato letterato che come misterioso alchimista. Chi era veramente?

Quando si parla di Raimondo di Sangro si sottolinea quasi sempre l’aspetto esoterico dei suoi studi ma si sottovaluta la sua statura di letterato e scienziato. Egli ebbe molti riconoscimenti dai suoi contemporanei, fu accolto nell’Accademia della Crusca ed era in contatto con intellettuali come Antonio Genovesi. Persino la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, che vietò la Lettera Apologetica, il suo capolavoro, gli riconobbe un ingegno singolare e prodigioso. Era tuttavia un uomo del suo tempo, a metà tra una concezione barocca della scienza e i metodi della scienza sperimentale moderna. Una delle sue invenzioni più “esoteriche” ad esempio, quella del lume eterno (una fiamma che bruciava per più di tre mesi senza consumarsi), fu descritta dal principe in sette lettere ad un accademico delle scienze di Parigi, l’abate Nollet, e fa riferimento alla fisica sperimentale dell’epoca. Dunque Raimondo era perfettamente padrone dei metodi e dei canali scientifici del ‘700 e alla base delle sue invenzioni vi era uno scopo squisitamente illuminista, quello dell’utile per la società. Il suo limite più grande è tuttavia quello di un’attitudine ancora barocca a voler suscitare, tramite le sue opere, la profonda “meraviglia” in chi le osservava (e osserva tutt’oggi). Anche per questo Raimondo tenne segrete le formule alla base delle sue sperimentazioni.

Il tricentenario della sua nascita è dunque l’occasione per sfatare i falsi miti di “stregoneria” e ricostruirne la sfaccettata figura di intellettuale-scienziato?

Noi eredi e gestori del Museo già da anni cerchiamo di sottolineare lo spessore scientifico e letterario di Raimondo Di Sangro, e lo facciamo ad esempio con le pubblicazioni della casa editrice Alos. In occasione del Tricentenario verranno presentati due libri, uno nel quale verrà gettata nuova luce sulle origini della cappella Sansevero, incredibilmente legata all’episodio famosissimo dell’assassinio di Fabrizio Carafa e Maria D’Avalos da parte di Carlo Gesualdo da Venosa. Nel libro a cura di Eduardo Nappi, storico archivista napoletano, saranno invece raccolti più di 500 documenti che metteranno ordine sull’attività di mecenate di Raimondo di Sangro. Dal 16 aprile al 18 luglio poi, una mostra illustrerà le geniali invenzioni del Principe. Verrà esposto un archibugio da lui inventato nel 1739 e donato a Carlo di Borbone, che poteva sparare o a polvere da sparo o ad aria compressa pur avendo un’unica canna. La famosa Lettera Apologetica, il cui frontespizio fu stampato in quattro colori con una sola impressione del torchio, sarà un’altra delle opere che raccontano la straordinaria creatività del Principe. Ci sarà anche una “sorpresa”, la prima invenzione di Raimondo, quando 19enne studiava ancora nel collegio gesuitico napoletano.

La cappella è forse il monumento napoletano che più “parla” del suo committente, soprattutto per un progetto iconografico curato nei dettagli dal Principe. Si può dire che questa sia la sua “invenzione” più amata?

Certamente la Cappella è un manifesto della genialità del suo ideatore, voluta nonostante i debiti contratti negli ultimi anni di vita e nonostante le critiche che subì dai contemporanei. Infatti già nel 1753 i suoi nemici spedirono una lettera  al re tacciando di eterodossia ed esoterismo le opere in essa contenute. Per fortuna Carlo di Borbone, con estrema lungimiranza, non ne bloccò i lavori e noi oggi possiamo ammirare le dieci Virtù che aggettano dai pilastri e che rappresentano i “passi” che il visitatore-iniziato deve compiere nel suo percorso di conoscenza interiore. Innegabile la presenza di simboli alchemici – Raimondo fu Gran Maestro della Massoneria – ma l’alchimia era intesa dal Principe come ricerca di perfezione spirituale. La nobilitazione della materia grezza che da piombo diventa oro è metafora della trasformazione dell’animo umano dalla condizione brutale a quella spirituale. Oltre alle opere scultoree il tempio dei Sansevero mostra alcune delle ideazioni di Raimondo, come ad esempio gli splendenti colori usati da Francesco Maria Russo nell’affresco della volta, realizzata nel 1749 e mai restaurata.


L’eredità intellettuale di Raimondo Di Sangro è racchiusa in uno scrigno d’arte affettuosamente offerto dai suoi eredi a tutti noi, perché faccia parte della nostra coscienza storica. Dunque buona visita alla Cappella Sansevero!

 

08/02/2010
Angela Della Corte


I 300 anni del Principe di San Severo