Ore 00.35, siamo in piazza Bellini a Napoli. Mentre le persone condividono gli ultimi attimi spensierati prima della fine di agosto, due ragazzi su una rumorosa moto da corsa, con la bandana nera che gli copre il volto, passano per via Santa Maria di Costantinopoli ben tre volte di cui una in controsenso. Il primo guida lentamente, il secondo si guarda intorno e mantiene con il braccio alzato una pistola. Nessun ferito, nessuno sparo ma tanta paura da parte delle persone che si sono affollate sotto al Caffè Arabo, all’Intra Maenia e ai bar adiacenti.
La polizia arriva a 00.47, subito dopo l’ambulanza. «Non si può più stare in questa piazza. È almeno la quarta volta che succede una cosa simile», riferisce una ragazza. Ed è effettivamente vero. Nell’ultimo periodo questi tentativi di agguato sono piuttosto frequenti.«Sparano spesso da quando hanno ucciso il diciannovenne Emanuele Sibillo, padre di un bambino di un anno e mezzo e con la moglie nuovamente incinta. L’ultima volta risale a circa venti giorni fa. È una guerra tra di loro». Senza esitazione alcuna, una delle venditrici ambulanti della piazza racconta la sua versione dei fatti: «Sono mesi che si va avanti così», conclude.
L’ambulanza arriva e, rendendosi immediatamente conto che non vi sono feriti o morti, va via. La volante, solitamente in sosta in prossimità del locale Nea, ieri sera mancava e quando giunge è già tardi. «Hanno sparato? – chiede un agente – Ci hanno comunicato che hanno sparato». Ricevendo una risposta negativa, il suo collega commenta: «Allora ora possiamo andare». Nessuna spiegazione, nessuna rassicurazione, sebbene i cittadini si avvicinino alla polizia alla ricerca di delucidazioni.
Piazza Bellini, giorno dopo giorno, si trasforma sempre più in un brutale luogo di ritrovo. Quelle mura, quella magia, quella storia sono continuamente offese da chi calpesta il suo suolo sostituendo l’immagine della cultura con quella della violenza.





