Alle 20 c’è ancora poca gente, i parcheggi semivuoti e il traffico scorrevole. «Ma siamo sicuri che è stasera?». All’incrocio due vigili dirigono il traffico, chiediamo informazioni: «Dovete andare al concerto?», «Ma è stasera, sì?». Ricevuta conferma, si parcheggia. Primo dato che risalta all’occhio: niente abusivi. Solo stalli regolari, parcheggi autorizzati, con tanto di ricevuta. Inutile girarci intorno: da queste parti non è così scontato. Il primo plauso va quindi all’organizzazione e all’amministrazione di Della Ragione, che ha evitato l’invasione dei truci “Capo, due euro a piacere” che ti fanno iniziare con quella leggera e latente incazzatura la serata.
Ore 21: i dubbi iniziano a dissiparsi. La gente comincia ad affollare la piazza Mercato di Bacoli, dove a breve ci sarà il concerto di De Gregori. E capisci anche come mai in pochi si sono anticipati: fa un caldo che uccide. Si sta fermi e si suda. Appena calato il sole, la piazza di fronte il lago Miseno si riempie tutta, fino al limite opposto, dove è stato montato un megaschermo. Alle 22 spaccate, Francesco De Gregori e la sua band fanno l’ingresso sul palco. Partono gli applausi e i cori di osanna, ma sempre con un certo autocontrollo: basta un movimento scomposto e il sudore comincia a scendere copioso. C’è qualcuno che si arrende a abbandona le prime file, ma basta sentire l’attacco del primo pezzo dalla chitarra di Paolo Giovenchi per capire che sì: siamo nel posto giusto, chi se ne frega del caldo, dell’afa e della calca. Sul palco c’è De Gregori con il suo tour “Vivavoce”; in piazza tanta gente e tante generazioni. Ragazzi ventenni, adulti col doppio degli anni, signore più attempate, qualche bimbo che sorride ascoltando le note di “Buonanotte Fiorellino”. Come la descrivi una cosa così? Come descrivi l’emozione che provi quando ti trovi a cantare “Niente da capire” col signore di fianco che non sai chi sia e cosa faccia nella vita, ma che in quel momento è lì con te, parte di te, con le orecchie e la testa piene di note che non sapevate di condividere?
Sessantaquattro anni e non sentirli. De Gregori tiene il palco come e più di quando ne aveva la metà. Il suo aspetto un po’ naif, t-shirt a giro collo, occhialino scuro e cappellino a tesa stretta, esalta ancora di più il personaggio. Tempo due canzoni e comincia a sudare pure lui. Nessuno si risparmia: ai fiati un sassofono, un trombone e una tromba; la batteria, le tastiere, il basso, la chitarra elettrica e quella acustica, il violino, i cori: un’orchestra con tutti i crismi. «Il maestro Guglielminetti è quello che ci conta ogni volta per vedere se ci siamo tutti», scherza De Gregori.
Due ore precise. Due ore di musica pura. I grandi successi si alternano alle canzoni più recenti. L’immancabile “Donna Cannone” emoziona sempre, non c’è niente da fare. È uno di quei pezzi che dal vivo rendono sempre allo stesso modo, ti prendono allo stomaco anche se sei girato da quell’altra parte e ti fanno liberare in un applauso da spellarsi le mani dopo il violino finale. E poi “Alice”, “Atlantide”, “Generale”, “Viva l’Italia”. E l’Italia De Gregori l’ha raccontata davvero. Basta guardarne questo scorcio dei Campi Flegrei con vista lago, questa gente che resta qui nonostante i 38 gradi percepiti, le camicie sudate e i ventagli scossi alla disperata ricerca di un filo d’aria. Questa gente cresciuta con le storie di “Pablo” e di “Buffalo Bill”, con le lacrime di “Rimmel” e le speranze della “Leva calcistica della classe ‘68”. Siamo qui, felici di esserci. Fino all’ultima nota, fino a che il palco non diventa di nuovo buio e i tecnici smontano gli strumenti. Resta sempre il rammarico di quel pezzo non suonato e di quell’assolo non ascoltato, ma poco importa. In fondo siamo sempre qua, “siamo il padre e la figlia arrivati fin qua”, “siamo una grande famiglia”. Sarà per la prossima.





