Il regista di origine irpine ha segnato indelebilmente il genere stesso di “commedia all’italiana”, tratteggiando personaggi e luoghi con mano amara e felice allo stesso tempo. Ma nella sua filmografia non c’è solo “C’eravamo tanto amati”: parecchi sono i suoi capolavori meno conosciuti al grande pubblico. Eccone alcuni
La più bella serata della mia vita – 1972
Scola che incontra Dürrenmatt, il personaggio “piacione” d’italico stampo che si fonde con le atmosfere nord-europee ritratte dal grande scrittore svizzero. “La più bella serata della mia vita” è una sorta di favola amorale, dove l’Alfredo Rossi interpretato da Alberto Sordi si reca in Svizzera per trasferire presso una banca locale grosse somme di denaro (si può immaginare bene per quale motivo). Rimasto con la Maserati in panne, trova ospitalità in un vecchio castello abitato da quattro ex magistrati, che insceneranno un vero processo nei confronti del disinibito affarista italiano. L’Italia in 108 minuti di film, ritratto che non perde d’attualità a più di quarant’anni di distanza, eternalizzato nel sorriso spocchioso di un Sordi al massimo della forma.
Maccheroni – 1985
La dolce malinconia di Scola si incarna perfettamente in questo film dove Jack Lemmon e Marcello Mastroianni si muovono lungo una Napoli quasi idealizzata e immaginifica. È la Napoli dei tempi addietro, non nel senso banale e oleografico del termine, ma quella del ricordo, del proprio spirito e dei propri sentimenti. I luoghi che si fanno anima, come nei romanzi di Proust, si intrecciano qui nella narrazione leggera e garbata del Maestro Scola. Nel film anche una parte memorabile di Isa Danieli, che interpreta la moglie di Antonio Jasiello (Mastroianni).
Che ora è – 1989
Da un lato il padre sicuro di sé, piacione, bevitore, avvocato di grande calibro, romano di nascita e d’accento; dall’altro lo schivo militare in servizio di leva, laureato in Lettere, di stanza a Civitavecchia. Un incontro fra persone che più diverse non si potrebbe immaginare, una dialettica padre figlio che i due protagonisti (Marcello Mastroianni e Massimo Troisi) tratteggiano con un’amarezza intensa, intima, quasi familiare. Quella familiarità nella quale non è difficile riconoscersi, quella distanza fra mondi troppo diversi per conciliarsi eppure costretti in qualche modo a incontrarsi per il solo fatto di essere “sangue del proprio sangue”. In mezzo c’è un vecchio orologio d’argento, appartenuto al nonno del ragazzo militare, che ricorda tanto quella sincerità familiare e quell’innocenza primigenia persa ormai da tempo nelle pieghe dell’età adulta. Un piccolo capolavoro.





