Il punto, caro Sepe (il musicista, non il cardinale), è un altro. Non è l’emulazione di una serie televisiva (“è successa la stessa cosa con Pulp Fiction”, ha detto in un’intervista all’Huffington Post; uscito il film di Tarantino, tutti a “sparare storti”) il problema; ma è la mancanza di paletti, di riferimenti, di un’educazione. Molti, moltissimi, non hanno una scelta a Napoli. E quindi o fanno quello che fanno gli altri – il passaparola resta sempre la migliore pubblicità, anche nei tempi dei social network – o fanno la cosa che credono sia la migliore. Credono, già, perché non lo sanno.

La camorra si combatte dall’alto e dal basso. Va presa alla testa e ai fianchi. Politicamente, socialmente e attivamente. Ai 50 agenti del ministro Alfano, andrebbero aggiunti 50 maestri, 50 educatori, 50 “amici” con cui parlare. È questo quello che manca: l’eccezione, qui a Napoli, qui in Campania, è anche l’atteggiamento educativo – chi se ne occupa è, spesso e volentieri, il terzo settore, affiancato dalla Chiesa (si fanno ancora le missioni, al sud).
Ha ragione padre Zanotelli quando, al Mattino prima e all’Espresso poi, dice che «lo Stato ci ha lasciati soli». E chi si volta a guardare verso de Magistris, il sindaco, deve ricordare quello che ha fatto e sta facendo, l’impegno serissimo di Alessandra Clemente, assessore alle politiche giovanili, nel creare poli culturali per i ragazzi.
Certo, il sindaco ha confuso – maldestramente – microcriminalità e criminalità organizzata: è la prima quella che hanno tutte le città ed è un male, forse, ascrivibile quasi alla fisiologia delle metropoli. La seconda, invece, è un fenomeno unico, non raro: imitabile e ripetibile. E che infatti ha trovato modo di trapiantarsi in Campania, di ricrescere e di cambiare strada.
Eliminati, o in senso giudiziario o in senso letterale, i grandi boss, è rimasto un vuoto che andava colmato: e i primi a farsi avanti sono stati i più giovani. Da qui, i baby boss. (Va pure tenuta conto di un altro dato: l’età media del napoletano è bassa, bassissima). La droga, poi, è sempre al centro di tutto: e in questo Sepe ha ragione: si fanno tutti, dagli avvocati ai mariuoli.
E quindi, a parte la retorica, cosa ci vorrebbe? Ci vorrebbe lo Stato. Ci vorrebbe un intervento serio, un’attenzione capillare. Il presidente Renzi che alla Festa dell’Unità di Milano, quando è arrivato il momento di parlare del Sud e della Scuola, ha glissato – scusate, ma non c’è tempo e non vorrei tirarla per le lunghe (e invece, per i successivi venti minuti, si mette a parlare di 2×1000 e di circoli del PD che prima delle elezioni devono arrivare a 10.000 in Italia) – quello, quell’atteggiamento, andrebbe – va, anzi – evitato. È un errore enorme, la disattenzione. La convinzione assurda e ancora così profondamente radicata che “sì, vabbè, ne possiamo parlare un’altra volta”. E no, invece: bisogna parlarne adesso, prima che la prossima vittima cada morta a terra.
I camorristi, i boss, le famiglie, quelli li puoi arrestare. Ma la camorra, l’idea di camorra, di potere, di un lavoro facile e assicurato, quella no; quella rimane. Che il Rione Sanità, per esempio, manchi di strutture scolastiche efficienti è un problema. Che alla Sanità il volontariato sia l’unica scelta è, altrettanto, un problema: significa che le Istituzioni non offrono possibilità e che, non fosse per un manipolo di coraggiosi, non si farebbe niente. E i ragazzi come Genny verrebbero lasciati doppiamente soli.
A Napoli, al sud, servono insegnanti, educatori, servono strutture efficienti in cui fare prevenzione, in cui discutere e parlare. Non bastano gli arresti. Non bastano i Falchi e le retate. Quelle sì, sono fondamentale: tagliano il male quasi alla radice. Quasi. Per sradicarlo completamente, serve tirare, serve insistere: serve puntare sui giovani, farli sentire partecipi.





