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Enzo Avitabile: «Sentieri Mediterranei: vi presento il festival dell’accoglienza» [INTERVISTA]

Dal 31 luglio al 2 agosto prende il via la prima parte dell’evento che porterà in Irpinia, a Summonte, la musica di tutto il mondo, da quella etnico-identitaria di Avitabile alle trombe di Roy Paci, fino al pianoforte di Piovani e Bacalov. Ne parliamo col direttore artistico, che si esibirà con i Bottari, Black Tarantella e Tony Esposito

Spettacolo 30 luglio 15

di Enrico Nocera
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Un’estate di musica, tradizioni e incontri. Il festival “Sentieri Mediterranei”, giunto alla sua diciassettesima edizione, inaugurerà il suo percorso venerdì 31 luglio per concludere la prima tranche il 2 agosto, fra gli stupendi paesaggi dell’Irpinia, da Summonte a Mercogliano. In cartellone grande musica sia campana che internazionale, da Roy Paci a Marcello Colasurdo fino ai Napulia e al Nadia Pepe Trio. Il ricco panorama di eventi non si conclude però qui: durante tutto agosto e settembre, si terranno i concerti in abbazia con Bruno Canino (7 agosto), Luis Bacalov (13 agosto), Nicola Piovani (a Ferragosto). A presentarci quest’edizione del festival è il direttore artistico, Enzo Avitabile.

ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Partirei proprio dai contenuti e dal cartellone. Mi pare di capire che qui non ci sarà “solo” musica…
Questo festival propone un recupero dell’identità culturale del territorio. Potremmo parlare di World Music come scambio fra tutti i suoni del mondo, fra le più diverse tradizioni musicali del pianeta. In questi anni abbiamo ospitato Yossou N’Dour, Manu Dibango, Goran Bregovic… e anche stavolta continueremo con la tradizione dei grandi nomi.

Come quella del concerti in Abbazia a Mercogliano?
Quella è una parte che potremmo definire “musica classica”, anche se a me questa definizione non piace. Preferirei parlare di “musica esatta”, come diceva Bernstein. Perciò ho proposto di dedicare una parte del festival completamente al pianoforte: avremo quindi Bruno Canino, Luis Bacalov e Nicola Piovani. Poi avremo il festival di strada: ci sarà musica dappertutto, cui anch’io darà il mio contributo. Ho suonato solo due volte a Summonte in quindici anni di direzione artistica, e questa volta ho deciso di dare il mio contributo con i Bottari, Black Tarantella e l’amico Tony Esposito.

Hai parlato di Summonte, location principale di un festival che si chiama “Sentieri Mediterranei”. Come mai, quindi, si terrà nell’entroterra, nel cuore verde della Campania?
Guarda, ti porto un esempio: c’è un pezzo napoletano che si chiama “Mare verde”. Tutti pensavano fosse dedicato al mare di Ischia, chiamata appunto l’isola verde perché ricca di vegetazione e di alghe. In realtà questo pezzo è dedicato alla campagna. Io sono della periferia Nord di Napoli, quella che va da Marianella a Scampia. Anche quella ha il suo mare, che è la campagna, appunto. E questo è un festival del “Mare verde” proprio perché siamo qui, in Irpinia, nella zona ai piedi di Montevergine. Un territorio che presenta un grande fermento culturale e artistico, con l’obiettivo di accogliere il visitatore. Ecco, questa è la parola chiave del festival: accoglienza.

Tu hai sempre cercato di sfuggire alle definizioni troppo nette. Anche per quanto riguarda questo festival, affermi che non è “storico”, “sociologico”, antropologico”, “tradizionale” e così via. C’è quindi un modo per inquadrarlo?
Devo dirti che l’esigenza di sfuggire alle definizioni si fa per me sempre più forte. Una delle cose più pesanti al mondo è quella di essere vittima delle definizioni: “Un artista di…”, “Un musicista di…” e così via. Bisogna uscire da questi codici, ecco cosa intendo io per World Music all’interno di “Sentieri Mediterranei”. Parliamo di musica, ma anche di incontri, scoperta, luoghi, territori, spiritualità. La spiritualità di chi come me è credente, sale a piedi a Montevergine, la Montagna Sacra, dove vai a “chiedere il miracolo” ma dove vai, in realtà, a cercare te stesso. Ecco, io credo che il festival sia tutto questo, impossibile da definire con una parola.

Incontri e integrazione. In un periodo storico parecchio buio da questo punto di vista, dove non si fa altro che parlare di tensioni razziali, la musica può fare ancora la sua parte?
Certo, e lo ripeto: questo è un festival dell’accoglienza. La maggior parte dei nostri concerti sono liberi e gratuiti anche per questo: arrivano tutti qui a godersi una serata di buona musica, di dialogo e di reciproco scambio. L’integrazione è anche questa: far incontrare nello stesso spazio il professore universitario e l’operaio che fatica tutta ‘a semmana; l’intellettuale e il lavoratore. Non c’è cosa più bella che godersi un concerto in un posto sano, tranquillo e bello. Questo è un festival del popolo. Anzi: dei popoli di tutto il mondo.

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