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sabato 30 gen 2016 aggiornato alle 12:20

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Il Teatro ricorda una strage occultata per quasi un secolo

La Polonia dal 1925 ai giorni nostri: “Nasza Klasa – La nostra classe” è uno spettacolo che parla di rancore e odio, di vita e morte, ma soprattutto della fragilità dell’uomo

In occasione della giornata della memoria è andata in scena al CineTeatrolaPerla di Napoli “Nasza Klasa – La nostra classe” di Tadeusz Slobodzianek per la regia di Massimiliano Rossi. Lo spettacolo, dopo il notevole successo riscosso in giro per il mondo, vede dieci attori, tra i quali proprio il regista Rossi, impegnati nel far rivivere una storia durata un secolo: dal 1925, anno in cui i dieci personaggi erano “una classe”, fino ai giorni d’oggi, passando per l’occupazione sovietica, poi quella nazista, quindi nuovamente la sovietica, con un terribile segreto da nascondere.

La scena si presenta spoglia, composta unicamente di banchi e sedie, sì, proprio come a scuola, con disegnati sul muro alle spalle i quattro simboli che permeeranno la loro vita e la loro morte, ciò che li spingerà ad agire, spesso, in una direzione anziché in un’altra: una croce cristiana, una stella di David ebraica, una svastica nazista e una falce e martello sovietica. In realtà l’antisemitismo di base, unito alle pressioni della condizione umana, con tutte le sue contraddizioni, istinti, impulsi, basteranno a creare le tensioni che, esacerbate dall’imminente guerra e dal consolidarsi di nazionalismi e sistemi totalitari sempre più invadenti, esploderanno in un turbine di odio e violenza.

“La nostra classe” è un’opera che parla di rancore e odio, di vita e morte, ma soprattutto della fragilità dell’uomo, della sua rapacità, della sua incapacità di opporsi alla foga delle masse, di una tragedia che porta l’iscrizione “qui vennero bruciati 1600 ebrei”, e dell’omertà di un intero paese polacco, in cui metà della popolazione assassinò l’altra metà e per mezzo secolo ha conservato gelosamente questo segreto, attribuendo la colpa all’occupazione nazista. Così i compagni di classe si amano, bevono insieme, si uccidono, si vendono al nemico di turno, si invidiano e si aiutano in un continuo compromesso, alla ricerca del male minore o del maggior guadagno.

Gli attori sono sempre in scena, i vivi e i morti, per due ore e mezza danno spettacolo con una intensità notevole, nei loro occhi a guardar bene si possono vedere le ambizioni dei giovani polacchi del ‘25, la cupidigia e la ferocia, la voglia di vivere e la rassegnazione, il tutto in un racconto forte e talvolta volutamente didascalico. Molto interessante anche la presenza-assenza dei personaggi in controscena, quelli nascosti, quelli lontani, quelli che sono dall’altra parte, che osservano e giudicano con un semplice sguardo tutto ciò che accade al centro della scena. I giochi di luce, così come la musica, rimangono al margine della storia, lasciando alla fisicità degli attori e alla forza di un racconto così truce, il compito di colpire al cuore dello spettatore. Uno spettacolo di unica intensità, che scorre piacevolmente tra barbarie ed uccisioni, con tutte le criticità della condizione umana che la fanno da padrone, a cui i curatori del progetto Rossi e Power hanno dato il giusto rilievo, non rimanendo ancorati alla semplice commemorazione di una strage degli anni più bui dello scorso secolo.

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