Temo che il quadro campano non si discosti molto da quello nazionale. In troppi contesti, al nord come al sud, i criteri di nomina spesso premiano, più che il merito nella gestione della cosa pubblica, la fedeltà cieca, la parentela politica (o familiare, come si è visto), nei casi peggiori la ricattabilità. Certo, è particolarmente preoccupante, in questa come in altre vicende recenti, l’ipotesi di un coinvolgimento di magistrati in questo circuito di favori e scambi illeciti, perché questo significherebbe che si stanno indebolendo gli stessi anticorpi istituzionali all’illecito dilagante.
De Luca risulta indagato per il reato di Concussione per induzione, secondo l’articolo 319 quater del codice penale, introdotto dalla legge anticorruzione (l.190 nel 2012), che ha ulteriormente suddiviso i reati di corruzione e concussione. Nel quadro dell’azione penale, si rischia un rebus di difficile soluzione?
Tutti gli organismi internazionali raccomandavano all’Italia di semplificare il quadro troppo intricato di fattispecie penali sulla corruzione. La risposta della legge 190 del 1992 è stata di moltiplicarle ulteriormente, depotenziando l’unico reato – quello di concussione – che aveva una reale valenza deterrente. Il reato di indebita induzione scaturito dallo “spacchettamento” della vecchia concussione è un pastrocchio giuridico, che cancella nella vittima “indebitamente indotta” a pagare una tangente (o altra utilità) qualsiasi incentivo a collaborare coi giudici, visto che anche lui può essere condannato. Ma è la stessa inflazione di fattispecie giuridiche, che spesso a malapena si distinguono tra loro, o sono definite in modo confuso e ambiguo, a creare ostacoli all’azione di repressione penale. L’alone di incertezza sul tipo di reato e di responsabilità individuali complica il lavoro dei giudici, e viceversa favorisce l’ostruzionismo degli imputati e dei loro avvocati che hanno buon gioco a difendersi “dal” processo piuttosto che “nel processo”, trovando cavilli formali per annullare gli atti, o allungare i tempi mirando alla prescrizione.
La concussione per induzione viene contestata dai magistrati, in questo caso, in merito ad uno dei punti centrali della legge anticorruzione, cioè la sospensione dall’incarico del politico condannato in primo grado. Un altro paradosso all’italiana?
L’universo della corruzione italiana è pieno di paradossi, le dimensioni e i profitti attesi dalle attività illecite vengono predisposti meccanismi di protezione sempre più efficaci. Si pensava di aver toccato il fondo dopo aver appreso che la giudice che decideva la destinazione dei beni confiscati avrebbe fatto la spesa a sbafo nel supermercato sequestrato alle mafie, ma quello campano è un altro caso da manuale: una corruzione che serve a neutralizzare gli effetti di una legge anticorruzione. Del resto se ci si affida soltanto alla risposta repressiva, è prevedibile che si rafforzino anche gli incentivi a includere anche chi dovrebbe esercitare una funzione di controllo nelle varie “cricche” e comitati d’affari che saccheggiano il bene comune.
Sempre più spesso i partiti interpretano in modi diversi il coinvolgimento in vicende giudiziarie di propri esponenti. Quanto successo a Roma, col caso dell’ex sindaco Marino, ne è solo l’ultimo esempio. Come interpretare questo atteggiamento?
I partiti dimostrano nella gestione contraddittoria di queste vicende tutta la loro debolezza, si tratta ormai di organizzazioni senza fondamenta sul territorio, lacerate al loro interno, tenute in ostaggio dai boss e dai “padroni delle tessere” locali. E’ evidente però che – come a Roma – quando ancora mostrano i muscoli, a farne le spese è un sindaco maldestro e forse incapace, però portatore di istanze di rinnovamento, e per questo “colpevole” di aver intaccato un grumo di interessi opachi. Per riacquistare un minimo di credibilità i partiti dovrebbero essere in grado di imporre alla propria classe dirigente standard elevati di etica pubblica, senza far coincidere – come di norma accade – responsabilità penali (fino al terzo grado di giudizio, addirittura…) e responsabilità politiche. In presenza di condotte discutibili o ingiustificabili dei propri rappresentanti, che pure non configurano un reato, i partiti dovrebbero intervenire con rigorose sanzioni “politiche”. Questo non accade quasi mai, nonostante inchieste, condanne, giudizi di “impresentabilità”.
In definitiva: la politica italiana è ancora capace di produrre anticorpi al malaffare dilagante?
La politica corrotta non è un corpo estraneo cresciuto come una metastasi in un tessuto sociale “sano”. Piuttosto, è lo specchio si segmenti di società “civile” che di quello e di altre forme di malaffare dilagante sono complici, conniventi, beneficiari diretti o indiretti. Per questo è illusorio attendersi una palingenesi spontanea della politica. I veri anticorpi, ossia la “cura” al male della corruzione – come l’ha definita Papa Francesco – non possono che prodursi nel corpo sociale, attraverso una mobilitazione dal basso capace di indurre, attraverso i canali di partecipazione civile e democratica, una crescita di “corresponsabilità” nella gestione della cosa pubblica trasparente e orientata al bene comune.





