«Possibile, dico io, che ancora non avete imparato a pronunciare il mio nome?». Con quello sguardo un po’ sornione, un po’ spazientito, il tipografo Giuseppe Lo Turco si rivolgeva al portiere Antonio Bonocore che si ostinava a storpiarne il nome: «Lo Turzo, Lo Struzzo, Lo Tuzzo». È una delle gag più famose de La Banda degli Onesti, diretto nel 1956 da Camillo Mastrocinque con l’indimenticabile duo Peppino De Filippo-Totò. Anzi: prima Totò e poi Peppino. Nell’immaginario comune il principe de Curtis viene sempre prima di De Filippo, per la malcelata idea che vede quest’ultimo come semplice “spalla” del protagonista principale. Un semplice comprimario; di lusso, ma pur sempre un comprimario.
Oggi sono 36 anni che Peppino non c’è più. Ma questo piccolo “pregiudizio” nei suoi confronti fatica ancora a morire. Sì: perché “il fratello di Eduardo”, altra definizione che spesso gli viene affibbiata, era un autore e attore di tutto rispetto, con una propria visione ben definita del teatro, del cinema e dell’arte di recitare. Ben lungi dall’essere un attore “di maniera”, un manovale del palcoscenico, Peppino aveva ben chiare le sue idee sulla poetica teatrale, che lo portarono a scontrarsi a più riprese col fratello Eduardo (con cui tagliò i rapporti per anni): il secondo più propenso a un teatro che raccontasse l’aspetto tragicomico e neorealista del vivere quotidiano, il primo innamorato della commedia, dell’arte di far ridere, «che è sempre più difficile di quella di far piangere», amava ripetere.
I tempi cambiano, e con essi i detti e i proverbi. Ma fino a qualche tempo fa non era raro trovare una nonna o un’anziana signora che, nel vedere una persona particolarmente imbranata, esclamava: «Madò, mi pari Pappagone». Gaetano Pappagone fu il personaggio inventato e reso celebre proprio da Peppino De Filippo, un servitore e domestico parecchio impacciato che fece presto innamorare di sé bambini e adulti di tutta Italia, all’epoca di Carosello e di Scala Reale, nel mezzo degli anni ’60. Quella televisione di cui Peppino era parte integrante segnò l’immaginario, i personaggi uscivano dallo schermo per entrare nella parlata quotidiana, nei modi di dire e nel pensiero comune. Peppino De Filippo ebbe questa forza: quella di scardinare il suo ruolo di eterno comprimario per diventare protagonista della scena, dimostrare che anche la farsa e il comico hanno una dignità artistica che nulla ha da invidiare a quella del più “blasonato” fratello. Una sorta di duello a distanza che, in verità, non si è mai sopito fino alla morte di entrambi.
Peppino era più della semplice lettera alla Malafemmena; molto più del tipografo Lo Turco o del Totò e Peppino divisi a Berlino. Era questo e molto altro. Sapeva conciliare comico e arte “alta”, farsa e spettacolo. Senza mai perdere in garbo e in ironia. Un vero artista d’altri tempi, come diremmo oggi. Di quelli che non ne nascono più.





