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film milionari

“Milionari”: un film tra Sacro, profano e sangue – Intervista ad Alessandro Piva

Uscito oggi nelle sale, il film "Milionari" racconta la storia di un boss della camorra napoletana. Ispirato al libro omonimo, è incentrato sulle vicende di Paolo Di Lauro, detto "Ciruzzo 'o milionario"

Spettacolo 11 febbraio 16

di Francesca Saveria Cimmino
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«Napoli è una città capace di trasformare le sue guerre e farle diventare epica. I fatti di cui trattiamo sono un po’ l’Iliade dei napoletani. L’ambizione di un film come “Milionari” è quella di essere guardato tra 20 anni come una piccola e ulteriore pietra miliare, un affresco, che racconti la storia di questa città». Sono queste le parole del regista Alessandro Piva in merito al suo film “Milionari”, uscito oggi in 50 sale di cui 30 campane. «Quando il produttore Galliano Juso mi ha commissionato il lavoro – ha aggiunto Piva – ho pensato che fosse una bella opportunità per me, perché sono campano di nascita ma ho lavorato e vissuto poco in questa regione. L’opportunità di girare un film nella mia terra di provenienza mi ha dato la possibilità di tornarci per un periodo e di utilizzare degli elementi della mia infanzia».

Nei tuoi quattro prodotti cinematografici hai sempre, in un modo o nell’altro, raccontato la malavita e il Centro-Sud. Perché?
È un caso. Uno dei miei ultimi lavori non realizzati per problemi di budget era su un gruppo di ragazzini che vivevano in prossimità del Po. Da un lato è una coincidenza e dall’altro lato, per quanto riguarda gli argomenti, c’è una linea che lega le mie varie opere: quella del sottobosco criminale. Adoro il sud, mi sento profondamente meridionale. Mi risulta molto più facile lavorare partendo da questa realtà. Per me è più semplice. Il nostro bagaglio, come il nostro vissuto, aiuta la comprensione di determinate dinamiche sociali. Io io mi trovo molto a mio agio in un ambiente meridionale.

I due protagonisti del film (Scianna e Lodovini) non sono napoletani. Quanto è stato difficile imparare il dialetto? E perché non hai scelto due attori napoletani per quei ruoli? Ti sei voluto un po’ complicare la vita…
Sì, mi sono un po’ complicato la vita, è vero, ma erano due attori molto adatti. Scianna è un soldato, una persona con grande disciplina. Con lui hanno lavorato Alessandra d’Elia sul set (curava ogni sfumatura nelle battute), Stefano Miglio (a tavolino) e Fortunato Cerlino, un coach d’eccezione, che ci ha aiutato a mettere ancora più chiaramente a posto il personaggio. Diciamo che la sua persona è stata ben sorvegliata! Con Lodovini ha lavorato sempre Alessandra d’Elia ma abbiamo deciso di lasciarla più libera perché la sua fisicità la rende già una credibile donna mediterranea.

Nel film viene descritto e mostrato anche il rapporto che la criminalità organizzata ha con la fede, con le scommesse sportive o il calcio. Ma è sicuramente il primo ambito, quello della fede, a stupire e perplimere. Penso anche alle scene de “La Madonna dell’Arco”…
Quella delle fede è una sottotraccia. Mi piaceva che convivessero l’anima del sacro e del profano. Un po’ come i grandi classici del cinema americano: i grandi devoti che poi sono i più sanguinari o la processione che finisce in una scena di sangue. I film degli ultimi anni hanno fatto tutto tranne che raccontare il centro storico, il cuore della città. A me piaceva l’idea di mostrare una città nel suo ventre, durante una processione, ed ecco perché ho scelto Spaccanapoli.

Mentre la fede era così presente, lo Stato mancava. Mancava volutamente?
Due ragionamenti. Da un lato, il modo in cui si riesce a conoscere oggi la criminalità organizzata è una modalità condizionata fortemente dalle nuove tecniche investigative, tutte incentrate sull’intercettazione. Penso, ad esempio, ai collaboratori di giustizia. Ci si è concentrati sulle intercettazioni ambientali e telefoniche, penetrando il mondo criminale esclusivamente dall’interno. Molti autori fanno ricorso alle testimonianze a disposizione e ai fascicoli processuali, soprattutto quando un regista vuole raccontare la luce e le ombre, il bene e il male. Dall’altro lato c’è la televisione che mette quasi sempre il poliziotto e il magistrato contro il mondo dei cattivi. Lì c’è il bene contro il male. Il racconto televisivo ha bisogno di arrivare al ventre dello spettatore rapidamente con puntate molto adrenaliniche che si discostano dal videogioco solo parzialmente. Noi cerchiamo di fare qualcosa di più complesso che possa rimanere nella storia cinematografica.

L’attore Salvatore Striano, che nel film interpreta ‘O Piragna, ha espresso il suo punto di vista sulla differenza tra un carcerato e un pentito, dicendo che il primo è un onesto e il secondo ha scelto una scorciatoia. Concordi?
Io credo che la scorciatoia vera non sia della persona che decide di collaborare con la giustizia, ma dello Stato che ha scelto strumenti non convenzionali (collaboratori di giustizia) per contrastare quello che non è riuscito a contrastare con la nostra Costituzione e con le leggi. Andrebbe rivisto l’impianto legislativo per i tempi che corrono.

Secondo te per combattere la camorra ci vuole esercito, polizia, carabinieri e magistrati o ci vuole lavoro?
Serve la conoscenza. Io penso che l’istruzione sia lo strumento più formidabile capace di agire per contrastarla, generazione dopo generazione.

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